
Domenica 31 Maggio scorso, si è tenuta a Varese, presso la festa organizzata dall'associazione “Terra Insubre” (www.terrainsubre.org), la conferenza “Federalismo, Identità ed Etnocultura in Europa”. Penso che tra i vari interventi, quelli più interessanti siano stati quelli di Pietrangelo Buttafuoco e del “nostro” Eduardo Zarelli.
Buttafuoco ha sottolineato come sia vitale fare un “carico” di Identità, e che bisogna “svegliare le coscienze”, allo scopo di “costruire la città della politica”. Questa è un'emergenza ancora più vitale oggi, dove assistiamo a una vera e propria resa identitaria dei popoli nei confronti dell'Europa dei burocrati. Bisogna che ogni comunità difenda la propria irriducibilità, opponendosi all'omologazione dilagante, sia esistenziale che politica. Purtroppo, allo scopo di mistificare tale bisogno vitale, viene squalificata la ricerca delle radici comunitarie col “pittoresco”; tipico è l'esempio siciliano, dove ai bambini delle scuole viene insegnata “Ciuri, ciuri”, ma non vengono mai portati a visitare la tomba dell'Imperatore Federico II. Il risultato di queste politiche globalizzanti è la cancellazione delle vere radici dei popoli, sostituite con quelle artificiali, come il cosiddetto “Occidente”, che cammina insieme allo svuotamento politico e alla perdita della sovranità delle varie comunità, come per esempio è capitato agli stati nazionali come l'Italia. E' fondamentale, quindi, riscoprire le millenarie tradizioni popolari europee, che sono greco-romane, e non certamente quelle giudaico-cristiane. Come fare? Bisogna rafforzare gli elementi vivi delle tradizioni comunitarie, come la lingua, la storia e la mitologia dei singoli popoli.
Zarelli, confermando la necessità di una riscoperta delle identità, ha spostato l'attenzione sull'ecologia, in un'ottica olistica di critica all'attuale paradigma di “sviluppo” economicista e globalizzante. La questione ecologica è, infatti, quella centrale nell'analisi dell'attuale sistema culturale e di produzione globale; infatti, l'intero sistema si regge sull'idea che possa sussistere uno sviluppo illimitato, pur essendo in presenza di risorse limitate. Col finire del secolo scorso, si è assistito alla morte delle ideologie, o alla fine delle grandi narrazioni, e si è affermata la visione unilaterale della globalizzazione, che vede il locale solamente attraverso l'universalismo. Per ripensare la società umana, bisogna invertire i fattori di questo ragionamento; bisogna tornare a pensare l'universale partendo dal locale, dell'uno rispetto al totale, dell'identità rispetto all'omologazione, ponendo alla base del nuovo paradigma l'olismo, cioè l'idea che il bene totale non sia dato dalla somma di quello dei singoli. Al centro di questo cambiamento c'è la rivisitazione del rapporto, oggi perverso, tra natura e cultura. In una situazione naturale, nessuna cellula di un organismo si riproduce all’infinito, anzi, quando tale fenomeno avviene si manifestano effetti cancerogeni e, quando possibile, l’organismo stesso espelle queste cellule malate;. allo stesso modo, all’interno di un universo finito, è impensabile credere a uno sviluppo infinito, illimitato. La situazione attuale non è sottoposta alla naturale gerarchia, cioè un rapporto ordinato tra i vari esseri; ma ci troviamo in una situazione di eterarchia, in cui un fattor esterno (per esempio i grandi centri della globalizzazione) decide l’ordine degli elementi interni al sistema globale, creando una situazione che porta inevitabilmente al deperimento dell’organismo nel suo insieme.
Per far sì che le singole parti riacquistino il loro naturale posto all’interno della società globale, è fondamentale affermare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, i quali, secondo la teoria dei “grandi spazi” di Carl Schmitt possano implementare l’idea di “Imperium”, il quale è realmente un concetto universale, poiché al suo interno le singole parti sono reciprocamente complementari; a differenza, del sistema globalizzante, che è totalitario e unilaterale (basti pensare alle differenze tra l’Impero Romano, nel quale i vari popoli potevano manifestare le proprie peculiarità, e l’Impero Americano, in cui il mondo è schiacciato dall’unica verità dei “portatori di democrazia”); infatti,
è fondamentale, per evitare sterili nazionalismi di ritorno, capire che la propria identità si rispecchia unicamente in quella altrui.
Anche i rapporti tra singoli popoli e potere deve mutare in senso partecipativo. Il modello a cui fare riferimento è quello della polis greca, in cui era centrale l’idea della partecipazione, grazie alla quale è l’intera comunità a deliberare. In questo senso, si trova la soluzione a uno dei grandi problemi posti dalla modernità. Per combattere il fenomeno dell’omologazione generale, figlia della globalizzazione e della ragione economicista, bisogna riaffermare il principio della civlità cosmopolita, costituita di singole comunità autodeterminata e con forte spirito identitario.
La conferenza, oltre che per il buon numero di pubblico e l’alta qualità dei relatori, è stata sicuramente un’ennesima buona occasione per proseguire sulla riflessione riguardo il comunitarismo, l’identitarismo e la lotta alla globalizzazione che stiamo faticosamente, ma con sempre maggior successo, portando avanti.
Manuel

Pretendendo che l'umanità sia composta da atomi individuali, mossi dai loro soli interessi egoistici, che si attribuiscono ogni diritto sulla natura e sulle altre specie viventi, la scienza economica sostiene e incoraggia storicamente la più straordinaria impresa di distruzione del Pianeta. Mettendo in opera questo programma e lanciandosi in un'accumulazione illimitata, stimolata da una competizione evolutiva senza freni, l'economia liberistica, ormai globalizzata, distrugge ogni cura dell' “oikos”, della comunità e delle sue forme di sussisternza, sradica ogni forma naturale o culturale, che sfugge alla mercificazione.
Ci sono sempre economisti ecologisti, ma è palese che, la scienza economica è reticente sulla natura, misconoscendo il fatto che il mercato si sviluppa in una biosfera. L’integrazione nel calcolo economico degli elementi dell’ambiente naturale, contabilizzandoli artificialmente, non modifica la natura dello sviluppo, né la logica razionalista della modernità. E’ attraverso la fuga in avanti nella tecnica che si pensa di risolvere i problemi posti dalla megamacchina tecnomorfa.
Di fronte alla profonda corruzione sensistica del progetto acefalo, temporaneamente vettoriale, dello “sviluppo” industriale è necessario estrarre la politica della rappresentanza formale etero diretta dagli interessi del macchinismo sociale e reintegrare la persona in un contesto comunitario per mezzo della partecipazione democratica: ridurre la scala, metabolizzare il globale nel locale, recuperare l’orizzonte antropologico estraendolo dal dissesto nichilistico della civilizzazione planetaria. Ecologismo non significa rendere ambientalmente migliore, meno inquinante la megamacchina; ma, significa esclusivamente avvicinare l’uomo alla Natura.
Partendo dalla cultura ecologista, emancipata dal riduzionismo scientifico, si deve formulare la critica dell’esistente su alcuni concetti cardine. Non si risolvono i problemi legati al vivente riformando gli effetti dannosi, ma rimuovendo le cause della patologia. La natura è ciclica e limitata nel suo eterno rinnovarsi. Pensare secondo la forma ciclica del tempo comporta in primo luogo, che l’idea di causa venga sostituita da quella di condizione concomitante: in base a tale sostituzione, risulta che ogni evento ha più cause e che ciascuna di esse è a sua volta effetto di altre cause. In secondo luogo, all’idea di successione subentra l’idea di simultaneità, per cui eventi diversi possono verificarsi ed essere colti nel medesimo momento, in una percezione sincronica invece che diacronica. Infine, la logica lineare che sostiene i processi di industrializzazione e di deduzione, viene sostituita con quella dell’analogia. In definitiva, la forma ciclica del tempo comporta una visione panoramica in quantità, e simbolica in profondità, non prospettica ed analitica del mondo e della vita, per cui, ciò che conta è una visione d’insieme, dove i singoli elementi sono in relazione tra essi, celebrando una percezione empatica del reale. La scienza può essere di avanzamento nella conoscenza e nell’evoluzione sociale solo fuori dal riduzionismo razionalistico, solo se simbionte al vivente, ricomponendo la frattura dualistica in un quadro olistico, dove la totalità è superiore alla semplice somma degli elementi. La complessità relazionale non è programmabile per astrazione, i fenomeni sono indeterminabili meccanicisticamente nella loro complessità, solo l’intuizione poetica (intelligenza) può cogliere sintesi di superiore profondità e consapevolezza, rispetto al presunto efficientismo del pragmatismo empirico.
LA DIMENSIONE DEL LOCALE
Sostenere che il progresso non esiste, non significa che una somma di avvenimenti succedutisi in anni diversi non origini qualcosa, che si può chiamare “storia”. Significa sostenere che questi avvenimenti hanno fatto profondamente regredire l’umanità e, se qualcuno pensa che da un punto di vista sociale questo non sia vero, la risposta è che i miglioramenti sociali sono stati a “somma zero”. I bambini che vivono rovistando nelle bidonville di Città del Messico sono la diretta conseguenza di ogni aumento di stipendio di un salariato del “mitico” nord-est. Prima dello sviluppo, mangiavano tortillas nelle loro capanne e giocavano sporcandosi di terra.
Noi occidentali viviamo più a lungo: questo è vero…Ma in che modo, e in che percentuale?
Siamo fuori dall’indigenza- ma il concetto di indigenza è molto sfuggente- e questo è, a nostro avviso, tutto ciò che di apparentemente buono il “progresso” ha realizzato. Il progresso tecnologico è tale solo a posteriori: tutto ciò che garantisce è un’accelerazione delle nostre vite, e la creazione di nuovi bisogni. E’ vero che oggi è difficile fare a meno del cellulare; ma, quindici anni fa, ne facevamo a meno e non sembra che la qualità della nostra vita sia migliorata grazie al cellulare, anzi, si comunica molto di più per capirsi sempre meno. In compenso, il patrimonio di conoscenza tradizionali, di sensibilità, di varietà culturale e biologica, e molto altro, si è drammaticamente compromesso. La nostra possibilità di sopravvivenza si è infinitamente ridotta: dipendiamo dalla tecnologia per il soddisfacimento di qualunque bisogno primario e, se è vero che oggi il povero occidentale appare meno povero, è anche vero che lo straccione Tom Sawyer faceva il bagno nel fiume. Oggi, non c’è solo il bimbo di Città del Messico: ci sono i bambini di Roma che non hanno mai visto una gallina o una mucca in vita loro e che, se fanno il bagno nel Tevere, vengono ricoverati con prognosi riservata.
La modernità occidentale porta a compimento la divisione tra cultura e natura; invece, in tutte le culture sapienziali, ogni corpo individuale, compreso quello umano, è sempre parte integrante del corpo cosmico, determinazione intrinseca di quell’ordine universale che è la Natura. Nella tradizione Taoista, “L’Uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità”. La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico. Bisogna quindi uscire dal conformismo delle regole fatte convenzioni morali, sociali, culturali e politiche; l’uomo per conformarsi al Tao, deve pertanto “volgersi alla radice”, “volgersi all’origine”, “uniformarsi al fondamento”, ossia riconquistare quelle condizioni di spontaneità che vigevano prima dell’introduzione della regola sociale. Una visione politica, basata su queste leggi, sul modo in cui opera il mondo del vivente, è indisposta ad un potere monolitico (tecnocratico) che etero dirige gli elementi fondanti l’organismo stesso, sarà piuttosto propenso alla decentralizzazione, all’interdipendenza e alla diversità. Un potere diffuso, partecipativo, in qualche modo “accidentale”, la cui sede decisionale è nella vitalità della comunità di base, possibile solo in un contesto antropologicamente limitato. Uno scenario realisticamente postmoderno, quindi non fuori dalla storia, ma possibile nella decisione culturale di un destino diverso dal determinismo unilineare della modernità.
“Potremmo avere navi e carrozze, ma non ve ne sarà bisogno, potremmo bardarci di armi e corazze, ma non si dovrà combattere. Gli uomini torneranno ad imparare a fare nodi con una corda per sollecitare la memoria, piuttosto che servirsi della scrittura. Tutti avranno abbastanza da mangiare, vestiti decenti; sapranno godersi la vita casalinga, giacché ogni villaggio è uno Stato a sé, e con contentezza troveranno ogni risposta nelle tradizioni locali. Gli Stati confinanti si guarderanno a vista, udranno gli uni degli altri, il canto dei galli e l’abbaiare dei cani, ma i vicini, per tutta la vita, non si faranno mai visita”. Quando Lao Tse dice contrasta sia con lo “sviluppo economico” che con la civilizzazione politica (Stato), ma sostanzia quella reciprocità di sobria sussistenza, che include l’economico nel sociale legittimandolo culturalmente. A tutt’oggi, nella Cina profonda, i contadini vivono con l’acquacoltura. Stagni, laghi e bacini per cinque milioni di ettari servono all’allevamento della carpa; i contadini fertilizzano le vasche col letame, nutrendo così il plancton in una catena alimentare perfetta. In questo modo, la Cina copre da sola i due terzi dei prodotti della acquacoltura mondiale e si sfama senza squilibrare il territorio.
Nel Tao (la Via spirituale) si tende, insomma, a un modello di economia ecologica in cui piccolo è bello e l’uomo è ricco se gli basta ciò che ha. Se vuole invece di più, è povero. La virtù taoista conduce alla felicità; non viceversa, come per istinto utilitario crede l’Occidente. Se è l’utile il fine che guida l’uomo occidentale, l’atto supremo dell’economia di Lao Tse è la naturalezza, quanto è in sorgere e rimanda all’origine. La felicità è l’armonia che precede l’utile. I Cinesi non moriranno di fame fino a che non arriveranno i supermercati incombenti con la grande distribuzione della WTO. A quel punto, abbandoneranno il loro stile di vita e cominceranno a morire di cancro.
In senso generale, se in ogni luogo c’è un centro del mondo possibile, è necessario che gli uomini tornino abitanti del loro territorio, riprendano cioè in mano la questione ecologica ed etologica della loro sopravvivenza, dal momento che è oramai minacciata nella sua sostanza dai meccanismi razionalistici. In questo orizzonte, l’esigenza identitaria va politicamente reinterpretata come energia costruttiva per la crescita della coscienza del luogo e per l’affermazione di modelli di sviluppo autocentranti, fondati sulle peculiarità socioculturali, sulla cura e la valorizzazione delle risorse locali (territoriali, cioè ambientali e quindi produttive) e su reti di scambio complementari e solidali, piuttosto che gerarchiche fra entità locali. Il principio di sussidiarietà deve partire dall’entità fondamentale della comunità naturale (la famiglia), delegando alle entità superiori solo ciò che non è assolvibile dal livello fondamentale, autonomo e libero e quindi coeso e comunitariamente partecipe dell’organismo complessivo. L’uomo, parte di una comunità, da essa protetto e verso di essa, dunque, responsabile, consapevole cosmogonicamente del valore del mondo che lo circonda, attraversa il tempo della sua vita per comprenderne il senso e dargli quindi una “forma”, uno stile, che sacralmente plasma il divenire in un eterno presente.
Eduardo Zarelli
Fonte: Italicum
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Questa instabile primavera porta con se la perturbabilità del clima e la cangiante opinione dei più sull'andamento della crisi economico-finanziaria internazionale. Tramite i media, ci si sforza di comunicare che il peggio sarebbe passato. Non siamo in grado di prevedere il futuro e non ci presteremo al gioco superficiale di confutare o corroborare questa tesi con un pregiudizio ideologico. Quello che è certo, è l'acquiescienza generale a proseguire sulla strada interrotta. Da sinistra a destra, non emerge il dubbio sulle cause, e quindi sul modello stesso del primato economicista della modernità. Il sistema politico, economico e culturale si sta sbracciando per offrirci un'immagine benevola di sé. Per convincerci che, in fondo, l'unica possibilità che abbiamo non è immaginare un futuro diverso, ma seguitare ad affidarci alla sua forza intrinseca e a fare il tifo per la risalita del PIL e delle Borse, collaborando di buon grado a uscire dalle secche, in cui questo modello di sviluppo si è incagliato. Insomma, pare che convenga proprio a tutti fare finta di nulla, fare finta che nulla sia successo e continuare daccapo come prima.
In controtendenza, lo spirito critico e non conformista deve invece protendere e oltrepassare ciò che è dato. Costituire “nuove sintesi” di pensiero capaci di interpretare un vero cambio di paradigma. E' palese, a ogni coscienza intellettualmente onesta, che le categorie date non reggono la transizione tardo-moderna e l'annesso deserto nichilistico: questa è la sostanza concettuale su cui confrontarsi per formulare ipotesi teoriche coerenti e rigorose e necessarie per risultare credibili nella critica all'egemone modello liberistico.
In tal senso, vorremmo porre una riflessione specifica sull'approccio antiutilitarista nel rapporto tra economia e ambiente. Questo, al fine di individuare quello che a noi appare contraddizione centrale del determinismo della modernità: la divaricazione tra cultura e natura. Tale antinomia permane, e anzi si espande con connotati drammatici e incalzanti, ponendosi come discrimine forte, in questo caso sostanzialmente ideologico, per chi intende scegliere la critica all'esistente quale posizione culturale, sociale ed esistenziale.
L'antiutilitarismo- si pensi a Serge Latouche- indagando sulla genealogia dell'economicismo non può che intrecciarsi con quella parte minoritaria e misconosciuta del pensiero ecologista. Il reinserimento dell'economia nel sociale, la risacralizzazione del vivente e il conseguente reincanto del mondo, sono punti di riferimento condivisi, che d'altra parte assumono un sano realismo antiutopistico nel negare sia la razionalizzazione dell'ambiente ridotto a risorsa econimca, che l'idilliaco rispetto dell'incontaminato. Solo un equilibrio è possibile, tra cultura e natura: lo sbilanciamento per una delle parti in causa rafforza la vettoriale dialettica progresso/reazione a scapito della ciclicità, del senso del limite dell'armonico, che si incarna nel valore della giustizia condiviso nel bene comune. La critica dell'esistente non può identificarsi con la negazione della realtà, patologia genetica e germinalmente totalitaria degli ideologismi positivi, sia idealistici che materialistici.
Nella produzione e nella soddisfazione dei nostri bisogni, “ovviamente” materiali, si inventa la felicità edonistica, la quale può rendersi collettiva solo nella concorrenza tra i soggetti che tentano di massimizzare i loro interessi. Ecco allora l'utopia di una “armonia naturale”, che in realtà della natura fa vedere quello che le conviene, vera “mano invisibile”, che concilia provvidenzialmente la conflittualità degli interessi. Questo è il più potente determinismo storico costituente la civilizzazione occidentale. La diffusione del mercato porta con sé la “mano invisibile” che elimina conflitti e antagonismi tra Occidente e Terzo Mondo, e via discorrendo; ma, ammesso e non concesso che le cose non stiano così, con la crisi verticale delle ideologie critiche fondate su una base economicista dell'esistente, può questa carismatica “mano invisibile” eliminare anche i conflitti d'interessi tra gli uomini e la natura?
Evidentemente no. I mutamenti climatici, piuttosto che la degenerazione immunitaria e lo sfaldamento dell'autonomia organizzativa dei sistemi naturali, indicano che la mercificazione dell'esistente può piegare tutto, tranne la compiutezza del vivente, l'omeostasi fisio-bilogica, il climax bioetico. La falsificazione economicista deve, quindi, essere smascherata e combattuta nelle sue conseguenze pratiche sull'ambiente naturale a partire dai suoi stessi principi fondativi, simbolico-culturali, ancor prima che concreti e razionali.
Una crescita senza fine
L'idea di una crescita senza fine e di un progressivo arricchimento delle condizioni di tutti i popoli della Terra, è stata introdotta ufficialmente nel mondo dal discorso d'insediamento del presidente statunitense Truman, il 20 gennaio 1949. Fu lui, al comando della più imponente potenza economica mai apparsa sul nostro Pianeta, a parlare per la prima volta di sviluppo come gioco globale a “somma positiva”, e in quel preciso istante tre miliardi di abitanti della Terra diventarono di colpo “sottosviluppati”. Cinquantatré anni dopo, la civiltà occidentale è ancora fondata su quell'assunzione, ma le condizioni oggettive in cui si trova il nostro Pianeta ne hanno già da tempo segnalato il fallimento. La fede nel progresso e nella tecnologia supporta il “culto dello sviluppo”, e gli economisti sono i grandi sacerdoti di questa nuova religione positiva e razionale, che accompagna l'espansione senza precedenti dell'Occidente. Il potere di autorigenerazione della natura è stato rimosso, distrutto a beneficio di quello del capitale e della tecnica. La natura è stata ridotta a un serbatoio di materia inerte, ad una pattumiera. La globalizzazione sta completando l'opera di distruzione dell' “oikos” planetario; infatti, la concorrenza spinge i Paesi industrializzati a manipolare la natura in modo incontrollato, e i Paesi in via di sviluppo, stretti nella morsa debitoria, a esaurire le risorse non rinnovabili. Con lo smantellamento delle regolamentazioni delle sovranità politiche, non c'è più limite all'abbassamento dei costi in un gioco al massacro tra i popoli e a detrimento della natura che li sostiene. Nell'agricoltura, l'uso intensivo dei concimi chimici e di pesticidi, l'irrigazione sistematica, il ricorso agli organismi geneticamente modificati, hanno per conseguenza l'impoverimento dei suoli, il prosciugamento e l'avvelenamento delle falde freatiche, la disertificazione, la diffusione dei parassiti indesiderabili, il rischio di devastazioni microbiche. Tutti i Paesi sono coinvolti in questa spirale suicida; ma, nel Terzo Mondo, essendo in gioco la sopravvivenza biologica immediata, la riproduzione degli ecosistemi è completamente sacrificata. Si pensi che, per esportare il legname, la foresta tropicale sta sparendo (Camerun, Indonesia, Papuasia-Nuova Guinea) con l'annessa conseguenza di un'erosione accelerata dei suoli e di un aggravamento delle inondazioni (come quelle del Mekong e affini).
In pratica, ciò che viene comunemente inteso dalle economie occidentali come “sviluppo” è una ingannevole allucinazione, un drammatico fallimento. Due motivi di questo fallimento sono facili da intendere e riassuntivi della contraddizione del termine: l'insostenibilità sociale e quella ambientale. L'emergenza sociale è rappresentata dal cumulo di violenza compressa che sta montando nel mondo, spesso riconducibile alla reazione degli indigenti prodotti dall'occidentalizzazione del mondo, che, con un processo ineludibile, prima li cattura e poi li esclude; quella ambientale è determinata dalla limitatezza delle risorse della Terra, oggi egemonizzate da un 20% scarso dell'umanità. Se, per una sorta di miracolo, si riuscisse ad annullare la prima emergenza, cioè il libero mercato planetario riuscisse a distribuire a tutti gli abitanti della Terra l'accesso ai consumi, immediatamente la seconda emergenza si farebbe terminale e apocalittica. Si pensi ad esempio all'effetto serra: a meno che gli scienziati non vogliano smentirsi in nome delle “magnifiche sorti e progressive”, noi tutti viviamo grazie a una biosfera che è in grado di assorbire senza danni 2,3 tonnellate annue pro capite di emissioni di diossido di carbonio; ma, ogni cittadino americano ne produce 20 all'anno, ogni tedesco 12 e ogni italiano 10. A noi non risulta che nei programmi dell'OCSE sia prevista una riduzione del 900% dei consumi dei cittadini americani, oggi necessitati a ciò dalla crisi (né per i tedeschi del 500% e del 400% per gli italiani); risulta quindi evidente che la somma del gioco globale della globalizzazione, chiamato eufemisticamente “sviluppo”, è a somma zero, anzi continuerà limitatamente nel tempo fino a che verranno mantenute esclusi, in forme eminentemente violente, i quattro quinti dell'umanità dal modello occidentale, che viene loro imposto. Entrambe nascono dall' “oikos” (la casa, l'ambito comunitario, la nicchia), ma ne declinano interpretazioni opposte. Aristotelicamente, l'economico si limita a essere supporto dell'esistenza del comunitario, l'economico moderno ne ribalta il concetto e si rende autonomo, autoreferenziale, nell'accumulo di sé (crematistica). In tal senso, gli ecologisti coerenti risultano critici dell'economia come teoria e nemici nella sua pratica.
L'economia della modernità si poggia concettualmente sull'utilitarismo e sul mercantilismo. Sempre in nome del paradossale rapporto tra economia e natura, i Fisiocratici incentrano la teoria dello sviluppo economico sulla fertilità naturale, mutuandone il libero dispiegarsi. Malauguratamente, confondendo la fertilità naturale con la produttività dell'attività umana, i Fisiocratici, invece di mantenere l'economia iscritta nella biosfera e di accettarne e studiarne i limiti, formuleranno la definitiva autonomia della sfera economica mistificandola come “organismo naturale”.
Lo stesso liberismo degli economisti classici espone una natura limitata e avara, ma per disporre simbolicamente del vero grimaldello edonistico economicista: la scarsità. La natura ostile è spogliata di valore intrinseco. Strumento di emancipazione umana, la scarsità naturale non verte sui limiti delle materie prime e delle fonti energetiche, quanto sulla necessità della loro trasformazione con un lavoro che si fa morale e una tecnica strumentale, che si rende fine etico. In tal modo la natura è fuori dall'economia. Adottando il modello della meccanica classica newtoniana, l'economia esclude l'irreversibilità del tempo. I modelli economici si svolgono in un tempo meccanico e reversibile; essi ignorano l'entropia, vale a dire la non reversibilità delle trasformazioni dell'energia e della materia. Essendo sparito ogni riferimento a qualunque substrato biofisico, la produzione economica non si confronta con alcun limite ecologico. La conseguenza è uno sperpero incosciente delle risorse rare disponibili e una sottoutilizzazione del flusso energetico solare, in tutte le sue ricadute organolettiche. I rifiuti e l'inquinamento, pure prodotti dall'attività economica, non rientrano nelle funzioni della produzione, così nulla si oppone più alla realizzazione, da parte della tecno-scienza e dell'economia, del programma di dominio e di sfruttamento totale dell'universo. Su questo piano inclinato, le varianti redistrubitive, collettivistiche e autoritarie, mutano la forma, ma non la sostanza nichilistica della modernità.
Non da meno, le proposte “deboli”, che animano la parte maggioritaria dell'ambientalismo progressista, si concentrano sull'ossimoro dello “sviluppo sostenibile”, che ha obbligato gli economisti, sulla spinta dell'evidenza, ad un aggiornamento della loro disciplina e ad includere l'impatto sull'ambiente naturale dei loro modelli. In tal modo, l'economia “ecologica” è lungi dal rimettere in discussione la logica utilitaristica, che è la vera fonte della negazione della natura. La ciclicità del vivente, il debito nei confronti della natura e la misteriosa solidarietà della specie, sono ridotti a dispositivi tecnici, che trasformano l'ambiente naturale in un meccanismo materialistico energetico finalizzato dalla ragione strumentale della modernità. La stessa logica giunge alla tassazione dell'inquinamento per reindirizzare virtuosamente l'allocazione delle risorse. Su tale strada, i potentati economici hanno determinato il delirio dell'ultimo trattato internazionale sulle emissioni gassose, che consente di ridistribuire l'inquinamento, acquistando quote territoriali di discarica, indipendentemente dalle proprie produzioni (cioè il diritto di inquinare). Rimane però il problema nelle cause e non negli effetti, in un universo fisico comunque limitato. La credenza dell'inesauribilità delle risorse naturali, su cui poggia il modello industriale di sviluppo sostenuto dagli economisti, è crollato, mentre i sotto-prodotti deleteri della produzione minacciano la sopravvivenza stessa della nostra specie. Qualunque sia il grado di arbitrarietà apocalittica sulle attuali compatibilità ecologiche con la civilizzazione industriale, nessun interlocutore intellettualmente onesto può misconoscere che la devastazione della natura corrode definitivamente i benefici dello sviluppo. Questo si iscrive nell'idea che il capitale artificiale può sostituirsi a quello naturale, semplicemente conviene dargli un prezzo per assicurare la ricostituzione del suo equivalente. Già a Manhattan, nei caffè rumorosi si possono comprare tre minuti di silenzio acquistando una cassetta vergine. Analogamante, negli incroci di Città del Messico, si compra l'ossigeno delle maschere antigas. Una scansia del supermercato degli orrori, dove cerchiamo con raccapricciante scontatezza l'acqua in bottiglia, piuttosto che gli uteri in affitto o gli organi per sempre più eterogenirici trapiantati; tuttavia, la materia prima di tutte queste manipolazioni rimane ancora un insopportabile dono della natura, dotato di proprietà naturali non inventabili dalla tecnoscienza. La scomparsa di specie vegetali e animali selvagge non ferma la biopirateria, gli OGM, i comportamenti predatori. Questo è il paradosso col quale si scontrano i trust agro-alimentari e farmaceutici nella loro prometeica impresa di integrale colonizzazione e artificializzazione del vivente. Distruggono la biodiversità propagandandone sul mercato solo i geni utili, ma hanno bisogno di accedere al patrimonio originario in esaurimento. La “sostenibilità” quindi è la mistificazione ultima del modello utilitaristico. Nulla ha a che fare con la natura in sé, ma corrisponde a un calcolo economico implacabile. Acquistare quote di inquinamento nel Terzo Mondo stimolerà il suo sviluppo. Meglio morire di cancro che morire di fame. In realtà, entrambi i fattori sono destinati a svilupparsi, questi sì senza limiti, per i motivi sopra esposti, a dimostrazione che razionalizzando l'ecologia si cede il dominio all'economico alimentando la contraddizione tra sviluppo e natura.
Eduardo
Fonte: Italicum

“IL GRANDE GIOCO”
RAIDUE
da venerdì 19 Giugno 2009
Conduce PIETRANGELO BUTTAFUOCO
Regia di Davide Frasnelli
COMUNICATO STAMPA
Immagini inedite, reportage esclusivi dagli angoli più remoti del mondo, interviste con personalità di spicco e suggestioni di cui raramente sentiamo parlare. Valicando i confini della fantapolitica e del misterico, da venerdì 19 giugno arriva su Raidue Il Grande Gioco, il nuovo programma del giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco che partendo dall’analisi degli scenari geopolitici passati e presenti cercherà di prevedere i futuri assetti sullo scacchiere internazionale.
Il Grande Gioco è il primo esperimento tv che racconterà il gioco infinito delle maggiori potenze mondiali, da sempre in lotta per il controllo del potere e della ricchezza. Quattro gli appuntamenti: il Nord-Eurasia (cuore della Terra), il Sud-Atlantide (l’America dei nativi meridionali), l’Est-il Drago (il futuro scontro Cina/India) e l’Ovest-l’Occidente.
Pietrangelo Buttafuoco guiderà questo viaggio speciale in compagnia di ospiti illustri, grandi protagonisti del dibattito geopolitico internazionale. Nel corso della prima puntata interverranno, tra gli altri, il regista e attore Nikita Michalkov, lo scrittore Rushdie, il giornalista Carlo Rossella, lo storico e saggista Franco Cardini, la grecista Monica Centanni.
Prodotto da Raidue, “Il Grande Gioco” è un programma di Pietrangelo Buttafuoco e Francesco Cirafici. Conduce Pietrangelo Buttafuoco. Le scenografie sono di Mimma Aliffi, la regia è di Davide Frasnelli.
Mentre in Italia si perde tempo con vallettine e Noemi varie, con aerei di Stato e buffoni libici; in Medio-Oriente si sta giocando una partita probabilmente decisiva per le sorti del mondo intero.
Nel giro di pochi giorni si sono tenute le elezioni nelle due democrazie più geopoliticamente importanti della regione (non considero tra queste Israele per la sua natura razzista e imperialista): Libano e Iran.
Apparentemente, i risultati delle due consultazioni elettorali sembrerebbero opposti: vittoria della corrotta e filo-americana maggioranza a Beirut e trionfo del libero e islamico schieramento del Presidente Ahmadinejad. In realtà, il dato politico è il medesimo: l’espandersi di un fronte anti-imperialista, che si batte per la libertà e la dignità dei popoli, contro lo sfruttamento israelo-statunitense. Cosa importante, è che non solo questo schieramento è radicato in Medio- Oriente, ma si sta saldando con l’altro grande movimento rivoluzionario: il bolivarismo dell’America Latina (il Venezuela di Chavez e la Bolivia di Evo Morales).
Anche se in Libano, come detto, è stata la maggioranza di governo atlantista e anti-siriana guidata a vincere le elezioni, Hezbollah ha ottenuto il clamoroso risultato di ottenere la maggioranza assoluta nel sud del Paese, dove è più forte e radicata. Questo, se le impedirà di governare l’intero Paese, sicuramente le permetterà di mantenere, se non rinforzare, i rapporti diplomatico-militari con la Siria e di garantire un argine militare significativo alle mire imperialiste di Israele, il quale, proprio in quella zona, subì una delle sconfitte belliche più clamorose della sua storia.

A Teheran, l’avanzata delle forze popolari e anti-imperialiste è stata addirittura travolgente. Di fronte a un’affluenza alle urne record, attorno all’80% degli elettori, il Presidente Ahmadinejad ha ottenuto oltre il 60% dei consensi; mentre il suo rivale, il moderato Moussavi, coccolato dall’intellighenzia progressista del Paese e dall’Occidente a guida statunitense, si è fermato attorno al 30%. Chi ha seguito la campagna elettorale sulle televisioni iraniane, IRIB e Press Tv, non è certamente rimasto sorpreso dal risultato elettorale; infatti, mentre il Presidente snocciolava i dati ottenuti dal suo governo (aumento della credibilità internazionale, resistenza alla crisi economica migliore di molti altri paesi occidentali, aumento dell’istruzione, ruolo sempre più importante delle donne all’interno della società iraniana, ecc.), il suo rivale avanzava critiche strumentali, già viste in ogni Paese in cui, dopo le elezioni, si agitava lo spettro di una “rivoluzione colorata”. Anche il consenso popolare appariva chiaramente a favore di Ahmadinejad; infatti, mentre l’alta borghesia di Teheran appoggiava Moussavi, si vedevano migliaia di appartenenti alle fasce popolari e rurali della popolazione scendere in strada per appoggiare la campagna del Presidente. Come detto, già fin dalla campagna elettorale, si capiva come Moussavi si stesse comportando come tutti quei politici, sostenuti da Washington e dai suoi servizi di intelligence, che in Europa Orientale hanno realizzato, o ci hanno provato, una “rivoluzione colorata”. Nella notte dei risultati elettorali, i pochi dubbi rimasti, riguardo tale prospettiva, sono stati cancellati. Ancora prima che il Ministero degli Interni comunicasse i risultati ufficiali, Moussavi si autoproclamava vincitore della consulta, in modo che, una volta saputo i veri risultati, potesse gridare ai brogli e al complotto e invitare i suoi sostenitori a scendere in piazza; cosa che puntualmente si è verificata. Subito dopo, come da copione, ecco la richiesta di cancellare le elezioni e il richiamo all’avvento della tirannia…tutte scene già viste, tanto a Kiev quanto a Belgrado, tanto in Bielorussia quanto in Moldavia. Fortunatamente, tanto per l’Iran, quanto per il mondo intero, a Teheran sono più seri, e Washington fatica di più a penetrare in quella società tradizionale. Il risultato è stato il pronte richiamo all’ordine costituito dell’Ayatollah Khamenei,
Ormai, in Medio-Oriente la situazione è cambiata radicalmente: l’elezione di Obama ha spostato l’interesse degli Stati Uniti verso il cuore dell’Eurasia e le sue risorse energetiche; in Palestina, Hamas si sta radicando, non solo come forza sociale e militare, ma anche come alternativa politica al corrotto OLP; in Libano, Hezbollah, guida militarmente, socialmente, e ora anche politicamente, una parte strategicamente importantissima del Paese; Israele, sempre più isolato, non riesce più a piegare militarmente i suoi nemici, prova ne siano la ritirata frettolosa dal sud del Libano e la gloriosa resistenza di Hamas alla vergognosa “Operazione Piombo Fuso”.
I primi risultati cominciano a vedersi; infatti, proprio in queste ore, per la prima volta, Netanyahu ha affermato la legittimità di uno Stato Palestinese, anche se è incredibile l’arroganza con cui questo criminale pensa di poter dare patenti di legittimità ad autonomi stati nazionali.
A questo punto, l’Italia, ovviamente mi riferisco al popolo italiano, e non a quella manica di lacché e corrotti dei nostri politicanti, giornalisti e “intellettuali” vari, deve scegliere: o restare ancora dalla parte degli imperialisti razzisti (USA, Israele e loro alleati) o schierarsi da parte di coloro che lottano per la giustizia e la libertà dei popoli (Iran, Venezuela, Bolivia, Hamas, Hezbollah, ecc.)
Come diceva una vecchia canzone: “La Rivoluzione è come il vento…non la si può fermare, le si può solo far perdere tempo”!!!
Manuel

E' più grave la posizione dell'Iran, che ha firmato il Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari, ma che viene sospettato di voler costruirsi la Bomba, o quella di Israele che questo trattato non l'ha firmato e l'atomica ce l'ha già?
Sono più pericolose per Israele le dichiarazioni di Ahmadinejad per cui lo “Stato sionista scomparirà dalle mappe geografiche” o son più pericolosi per l'Iran i missili atomici israeliani puntati su Teheran?
Sono più inquietanti le farneticazioni del presidente iraniano sull'Olocausto o i piani militari di Israele per attaccare l'Iran, la cui esistenza è nota da tempo, ma di cui ora il Times rivela i dettagli (F-115 e F-116, assistiti da aerei radar Awacs, aerei cisterna, elicotteri, sono pronti a volare, violando lo spazio aereo di altri Paesi, fino a 1.400 chilometri di distanza per colpire, anche con atomiche “tattiche”, Natanz, Isfahan, Arak, i siti dove gli iraniani stanno arricchendo l'uranio, a loro dire per usi civili)?
E' più preoccupante per il mondo che l'Iran abbia mandato in orbita un satellite per le telecomunicazioni, come li hanno moltissimi paesi, Italia compresa, o che Bibi Netanyau faccia capire, un giorno si e un giorno no, di volere attaccare l'Iran? Su questa faccenda del satellite, i giornali occidentali hanno titolato: “Allarme in tutto il mondo. In orbite satellite iraniano”; e Washington ha fatto conoscere la propria “grave preoccupazione”, perché “potrebbe far presagire lo sviluppo di un missile a lungo raggio, da abbinare alla realizzazione di un ordigno atomico. Gli Stati Uniti sono pronti a usare tutti gli strumenti della propria potenza nazionale per indurre l'Iran a essere un membro responsabile della comunità internazionale”.
Un doppio processo alle intenzioni, perché, al momento, c'è solo il satellite e nessun missile a lunga gittata, né,tantomeno, c'è un ordigno atomico. Che, dall'altra parte, dalla parte di Israele, l'ordigno atomico ci sia e i missili a lunga gittata pure, non deve invece destare alcuna preoccupazione.
L'intera “questione iraniana” corre sul filo della più pura illogicità e prepotenza. Quando Teheran aprì i suoi siti per l'arricchimento dell'uranio, gli Stati Uniti pretesero e ottennero, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che all'Iran fossero imposte delle sanzioni.
L'unica cosa che il Consiglio di Sicurezza poteva e doveva chiedere all'Iran, e solo in quanto firmatario del Trattato di non proliferazione, era la garanzia che l'arricchimento dell'uranio fosse adibito a usi civili, cioè energetici, e non militari, per costruirsi l'atomica, e che quindi accettasse le ispezioni dell'Aiea, l'Agenzia dell'ONU per l'energia nucleare.
Ma l'Iran fu sanzionato “a prescindere”, nonostante questi siti fossero stati aperti proprio alla presenza degli ispettori dell'Aiea. E queste ispezioni sono continuate, con la piena collaborazione di Teheran, tanto che un mese fa l'Aiea ha inviato all'ONU un rapporto in cui dichiara che, al momento, l'arricchimento dell'uranio iraniano non è tale da permettere la costruzione dell'atomica.
Ma tutti i giornali occidentali, o quasi, giocando su quel “al momento”, hanno titolato: “L'Iran sta costruendo la Bomba”.
Uno degli argomenti utilizzati dagli occidentali per giustificare il loro niet al nucleare civile iraniano è questo: ma che bisogno ha l'Iran di altre fonti energetiche quando ha già il petrolio?
Ma, a parte il fatto che la British Petroleum, che se ne intende, ha calcolato che nel 2049 non ci sarà più petrolio nel sottosuolo, un Paese avrà o no il diritto di diversificare le proprie fonti di energia, senza dover chiedere il permesso agli americani?
E' come se noi italiani volessimo riaprire Caorso e qualcuno pretendesse di impedircelo perché, in teoria, da lì potremmo arrivare alla Bomba.
Questo “doppiopesismo” che fa infuriare non solo Teheran, che si vede lesa in un suo legittimo diritto, ma anche buona parte dei Paesi musulmani, e avvilisce chi in Europa cerca di avere una visione non totalmente autoreferenziale, perché capisce che anche gli altri popoli possono avere verso di noi le stesse paure che noi abbiamo verso di loro, si basa sulla convinzione che esistono degli Stati “buoni”, perché democratici, e quindi “membri responsabili della comunità internazionale”, che mai si sognerebbero di usare l'atomica, e Stati “cattivi”, anzi “Stati canaglia” (definizione che fa il paio con quella di “Stato totalmente razzista” affibbiata da Ahmadinejad a Israele alla recente Conferenza ONU di Ginevra), perché non democratici, e quindi capaci di ogni avventurismo, anche di sganciare l'atomica.
Beh, il solo Stato che attualmente ha precisi piani di attacco atomico ad un altro Paese è il democratico Israele e sarà bene ricordare che gli unici, nella Storia, che hanno usato la Bomba, sono stati i campioni dei campioni della democrazia, gli Stati Uniti d'America. Ottantamila morti in un colpo solo, a guerra finita, e milioni di focomelici, semplicemente per far sapere al nemico di turno, l'Unione Sovietica, che si era in possesso di quest'arma micidiale.
Massimo Fini
Fonte: Il Ribelle

Per correttezza dico subito che il risultato delle elezioni non mi esalta né mi deprime minimamente, in quanto si tratta ormai di confronti tra gruppi oligarchici di potere, spesso quasi identici tra loro.
Per suscitare il mio entusiasmo, si dovrebbero affermare le realtà rivoluzionarie anti-sistemiche, che in Italia si sono ridotte, ahimé in campi avversi, a Forza Nuova e al Partito Comunista dei Lavoratori, che girano entrambe attorno allo 0,5%. Detto questo, mi pare sia giusto fare comunque qualche riflessione sul dato elettorale, se non altro per analizzare la situazione politica del Paese, e in breve quella dell’Europa; dato che, soprattutto all’inizio, le analisi dei presunti esperti e uomini politici sono state semplicemente imbarazzanti e dilettantesche.
Partiamo da alcuni dati oggettivi. La tanto sbandierata, e personalmente auspicata, estensione anti-sistema in realtà non c’è stata; infatti, se è vero che per le europee si è arrivati al minimo storico di affluenza, è altrettanto vero che per le amministrative i votanti sono stati circa il 76%, segno che il sistema, soprattutto quello nazionale, continua ad avere una certa credibilità verso gli elettori (sic!). La differenza sta nel fatto che non si capisce a cosa serva un Parlamento europeo che non ha praticamente alcun peso politico, schiacciato come è tra la Commissione europea, espressione degli esecutivi nazionali, e
Altra realtà: le elezioni europee sono state vinte dal centro-destra, sia in Europa che in Italia. Si fa presto a fare i conti, dato che a Bruxelles il PPE occuperà 267 seggi, mentre il PSE solo 159 ; lo stesso dicasi a casa nostra, dove la maggioranza di governo (PDL+Lega+MPA e soci) hanno ottenuto circa il 48% dei voti, prendendo38 seggi; mentre le opposizioni (PD+IdV+UDC) ne avranno solo 33. Anche qua, si può essere contenti o no, ma questi sono i dati reali.
Ultimo dato oggettivo, per quello che riguarda il primo turno delle amministrative (notoriamente i ballottaggi premiano però il centro-sinistra) la maggioranza ha ottenuto una vittoria schiacciante, direi imbarazzante per le opposizioni, ribaltando il risultato delle precedenti consulte, che vedeva, per esempio, al PD 25 Provincie, contro le 5 al PDL; mentre, al momento siamo 14 al centro-sinistra e 26 al centro-destra, senza contare quelle al ballottaggio e la situazione alle Comunali.
Bene, partendo da alcune verità incontrovertibili (i numeri hanno la sfortuna di essere oggettivi), si può passare all’analisi politica, dove in realtà di verità assolute non ne esistono.
Partendo dal generale, è abbastanza sconcertante notare come, nonostante la crisi economica, non siano state le forze socialdemocratiche, teoricamente più vicine alle fasce deboli della popolazione, a godere dei risultati elettorali; anzi sono state pesantemente bastonate, con l’eccezione dei verdi nel centro-europa (soprattutto in Francia e Germania). Su tutti, e probabilmente pesa maggiormente, spicca il tracollo di Zapatero (finalmente finito il mito del politico bello e bravo di sinistra abortista e anti-famiglia…), che ha fatto cadere la Spagna in una miseria, dalla quale, temo ci vorranno decenni prima che possa uscirne, e del “New Labor”, prima di Blair e ora di Brown, travolto dagli scandali e incapace di gestire le tensioni sociali, l’integralismo islamico su tutti. Al momento, segnalata la vittoria del centro-destra, con le punte di Sarkozy, la Merkel e di Berlusconi, sorprendentemente tutti al governo nei loro paesi, la nota “nuova” di queste elezioni è l’avanzata dell’estrema destra (Belgio e Olanda su tutti), degli euroscettici (lo United Kingdom Indipendent, in prima linea a Londra) e del voto di protesta (il Partito dei Pirati in Svezia e l’Italia dei Valori nel Belpaese). Fa certamente specie notare, come i governi di centro-destra in Europa abbiano goduto dell’appoggio degli elettori, nonostante la drammatica crisi sociale e finanziaria che sta colpendo il continente, penso che il motivo sia da ricercare nell’incapacità delle Sinistre di fornire soluzioni credibili, basti pensare all’iper-demagogica proposta di Franceschini dell’assegno sociale per tutti (qualcuno ricorda il mitico “Cchiù ppilu pi tutti di Albanese”…?).
Passando all’Italia, direi che è innegabile la vittoria della maggioranza di governo, la quale, nonostante una campagna elettorale vergognosa del centro-sinistra, sorretta dai suoi due organi ufficiali (Repubblica e Corriere della Sera), che, in puro stile statunitense, hanno abbandonato il confronto sui temi che interessano la gente, per mettere in piedi una volgare campagna diffamatoria sulla vita privata del Presidente del Consiglio (qualcuno ricorda il caso Clinton-Lewinski, mentre nessuno si indignava per i bombardamenti su Belgrado?). Come era ampiamente prevedibile, alla gente interessano le case, gli stipendi, l’immigrazione, e non con chi va a letto, o no, Berlusconi; così, troviamo gli eredi di Berlinguer al 25-26%....e si ritengono pure soddisfatti!!!
Anche in questo caso, penso che sia bene analizzare i dati, invece che lasciarsi andare alla propaganda. Prima di tutto, però, va fatta una premessa. In Italia non si vota con lo stesso sistema elettorale ogni volta; infatti, mentre per le politiche e per le amministrative ci si avvicina, con vari gradi, a un sistema maggioritario bipolare, per le europee si vota col proporzionale, seppur con lo sbarramento e con circoscrizioni particolari. Fatta questa premessa è assurdo paragonare dati elettorali ottenuti con sistemi di voto talmente differenti, sarebbe molto più corretto paragonarli alle Europee 2004, piuttosto che alle Politiche del 2008. Ma, anche accodandosi alla massa di “esperti” che ciancia dai mass media, i risultati sono abbastanza semplici da analizzare. Il centrodestra gode di un’ampia maggioranza di voti, all’incirca come quella dell’anno scorso, anzi, forse se si andasse alle politiche oggi, il distacco sul centro-sinistra sarebbe ancora maggiore in termini di seggi.
La matematica non è un’opinione, anche se così pare: il PDL ha perso circa il 2% dei voti, esattamente quelli guadagnati dalla Lega; mentre il PD ha perso almeno il 5% dei consensi, più o meno quelli guadagnati da Di Pietro e UDC.
La situazione, quindi è sostanzialmente identica all’anno passato, cosa che ha permesso a Berlusconi di avere una maggioranza di un centinaio di parlamentari; ma, come hanno finora dimostrato le amministrative, il centro-destra domina al Nord, mi sa che si andrebbe verso la quasi totalità dei seggi assegnati al governo; al Sud, ha espugnato piazze storicamente rosse come la Provincia di Napoli; e nelle isole, nonostante una forte astensione, è comunque in netto vantaggio, clamoroso se si conta il rientro del MPA e una eventuale alleanza con l’UDC, gia avvenuta in ben 9 Province vinte dal centro-destra. Va segnalato, che gli spostamenti di voti a favore della Lega e dell’IdV sono assolutamente fisiologici in un sistema proporzionale, nel quale l’elettore di uno schieramento tende maggiormente a premiare i partiti minori della coalizione, a fronte della scelta maggioritaria che tende a concentrarsi sui partiti maggiori, per non “disperdere” i consensi.
In conclusione, questa tornata elettorale indica che, nonostante la crisi e una massiccia campagna denigratoria internazionale, il popolo italiano ha premiato l’azione di governo, anche se ritengo più per la totale assenza di un’opposizione seria e credibile, piuttosto che per un reale convincimento motivato. Cosa resta da fare per chi non vota né Berlusconi, né per gli anti-Berlusconi?
Intanto va detto che siamo in totale assenza di speranze elettorali, visto che a Sinistra le forze “comuniste-sistemiche” (Rifondazione, Partito dei Comunisti, Verdi, ecc.) non sono un’alternativa, sia perché elettoralmente poco incisive, sia perché appunto “vendute” ai poteri forti per qualche poltroncina; mentre a Destra, nessuna forza partitica anti-sistema, in grado di prendere un numero di voti significativo, appare all’orizzonte. Quindi o ci si astiene, sperando che prima o poi la gente si stufi di questi signori, o si votano gli unici due partiti rivoluzionari anti-sistema, senza sperare di ottenere qualcosa, cioè Forza Nuova o Partito Comunista dei Lavoratori.
Cosa più importante, però, è lavorare a livello culturale, per diffondere idee nuove che possano (un domani molto remoto, sia chiaro) svegliare le coscienze della gente in chiave di rivoluzione anti-sistemica; e contemporaneamente, cercare di radicarsi sul territorio, per creare centri culturale, sociali, e perché no, economici, alternativi al sistema.
Manuel

In tutto il mondo è recessione e c’è il rischio non ipotetico che si trasformi in depressione, non certo prolungata, perché gli interventi dei governi già in atto e quelli che sono in gestazione alla fine produrranno qualche effetto propulsivo.
Sugli uni e sugli altri, per ovvie ragioni, non è possibile in questa sede soffermarsi. Preme osservare però che senza dibattiti, senza piani programmatici e senza clamori, si è tornati ad applicare, sia pure in modo frammentario, la nazionalizzazione di alcuni colossi bancari e assicurativi, ma si è anche aperta la strada per interventi senza fine, perché ora è la volta dei colossi dell’automobile, poi toccherà al tessile e a tutte le altre classi di industria, alimentare compresa, per finire alla moda e al turismo.
Non si deve dimenticare infine l’agricoltura, tanto bistrattata e pur così utile, anzi indispensabile. Altrettanto occorrerà fare per l’edilizia residenziale, contraddistinta ormai dall’invenduto, che minaccia il fallimento di molte piccole imprese. Allargando il concetto espresso da Marchionne, a.d. della Fiat a proposito dell’auto, è il caso di dire" gli aiuti o a tutti, o a nessuno".
Tra inflazione e deflazione
Così dagli Stati Uniti all’Europa occidentale e poi a quella orientale per finire in Asia fino in Giappone, la crisi potrebbe involgersi in inflazione galoppante se occorrerà stampare moneta per salvare senza risanamento imprese decotte. Se poi gli intereventi saranno, come appare, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, non sarà possibile evitare la depressione con milioni e milioni di persone in piazza, dai disoccupati, alle casalinghe e ai pensionati, a reclamare giustamente la propria parte di aiuti.
Intanto oltre alla recessione, si notano i primi segni di deflazione, ovvero il ribasso dei prezzi dei beni, non perché è aumentata la produttività del lavoro, ma per poter smerciare l’invenduto che si accumula nei magazzini.
L’invenduto inizia ad affliggere non soltanto l’industria automobilistica, ma anche il settore delle abitazioni, i cui prezzi erano saliti alle stelle a causa della speculazione selvaggia.
La strada dell’aiuto pubblico, piccolo o grande che sia, chiama in causa la burocrazia, che salvo in pochi fortunati paesi, è lenta, occhiuta, senza elasticità e in Italia non ha rispetto per il cittadino. In Europa occorre inoltre sottostare alla burocrazia di Bruxelles, che per creare carte inutili, ma sempre costose, non ha concorrenti.
Invece degli aiuti, un ribasso fiscale
Anziché sotto forma di aiuti, l’intervento pubblico, nel quale il governo italiano non è stato secondo a nessuno, sarebbe più efficace se attuato sotto forma di un ribasso, sia pure graduato, della pressione fiscale che grava sui cittadini e sulle imprese. In Europa questa pressione è elevata e in Italia è punitiva, perché mancano adeguati servizi e nel suo impiego è fonte di sperperi.
L’intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe subito l’effetto di rimettere in moto la spesa privata, ossia la domanda, dai cui sviluppi dipende l’andamento dell’offerta di beni e servizi. Tutti, lavoratori e imprese, potrebbero avere tramite la riduzione della pressione fiscale maggiore potere d’acquisto immediatamente spendibile.
In Europa si è avuto paura di detassare le tredicesime, perché sembra più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht di infausta memoria, che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica.
L’altra leva da manovrare subito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito, la cui efficacia inizia già dal loro annuncio. Nell’eurozona si ha il timore di incrementare il debito pubblico e di non rispettare il vincolo ragioneristico di Maastricht e quindi i governi sembrano condizionati da un Trattato che pochi mesi dopo la sua operatività molti Paesi non avrebbero più approvato.
Oggi i vincoli di Maastricht debbono essere radicalmente rivisti e lo statuto della Banca centrale europea deve essere modificato, se vogliamo salvarci da altri disastri. Non ci dobbiamo preoccupare di un aumento del debito pubblico e del disavanzo annuale, perché l’uno e l’altro possono essere ricondotti a valori accettabili in seguito all’aumento del gettito tributario, che a parità di aliquote fiscali, scaturisce dal maggior reddito prodotto dai lavori pubblici.
I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste, in barba agli stregoni della finanza, creativa di bolle speculative.
In Italia, ad esempio, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, che oggi sono solo fonte di spesa e non di guadagno, e di cui spesso è decaduta l’ originaria destinazione, come per tante caserme, oggi inutilizzate anche perché superate dalle moderne esigenze.
Il governo ha già detto che potrà recuperare molti fondi fino ad ora inutilizzati e quindi spenderli nel più breve tempo possibile per avviare i lavori pubblici. Però bisogna fare presto e bene.
La lezione del ‘29
Durante la crisi 1929-1932 l’immobilismo dei governi fu la norma, perché c’era cieca fiducia che le libere forze di mercato avrebbero aggiustare da sole i mali prodotti, e che si potesse così riprendere rapidamente la via della ripresa economica. Invece, contrariamente a quanto diceva il presidente repubblicano uscente Hoover, il libero mercato si avvitava su sé stesso, facendo lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile. Come è noto, le elezioni del novembre del 1932 furono vinte dal democratico Roosevelt, che promise un intervento pubblico massiccio per fermare la depressione e per instaurare un nuovo ordine economico che consentisse una più equa distribuzione della ricchezza nel contesto di una certa stabilità economica. Nel 1933 prese il via il new deal (nuovo metodo), il cui svolgimento fu un compito immane, perché richiese, tra l’altro, la svalutazione del 40,9 per cento del dollaro, effettuata nel 1934, conseguente alla fissazione del prezzo dell’oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino e la ricostituzione delle riserve delle banche in modo che potessero riprendere a erogare il credito commerciale.
Nel 1934 i valori di borsa erano scesi al livello del 1924, allorché era iniziata la folle bolla speculativa, scoppiata poi nel 1929.
L’opposizione alla politica di intervento statale portò nel 1936 al giudizio di incostituzionalità espresso dalla corte suprema degli Stati Uniti nei riguardi del National Industrial Recovery Act e dell’Agricolture Adjustment Act, ma intanto la ripresa era già in atto e produceva i suoi frutti.
In quell’anno, il 1936, l’economista John Maynard Keynes formulava nella sua opera Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, la tesi dell’intervento pubblico con investimenti onde aumentare il reddito nazionale. Non disse che aveva messo in teoria quello che concretamente avevano fatto Roosevelt, Hitler, Mussolini e Stalin, ognuno a suo modo, ma sempre tramite l’intervento pubblico, avevano vinto la depressione e la disoccupazione. Purtroppo molti interventi erano mirati alla politica degli armamenti, conseguenza diretta della grande crisi economica del 1929-1932. A far data dalla fine del 1935 si verificò la guerra in Etiopia, seguita dalla guerra civile in Spagna, dalla guerra cino-giapponese, dall’aggressione alla Polonia e infine dalla seconda guerra mondiale. Auguriamoci che la storia non si ripeta.
La strada delle nazionalizzazioni
Oggi, forti dell’esperienza, i governi hanno preso i primi provvedimenti per evitare l’avvitamento economico e altri ne dovranno prendere. Meglio essersi mossi anche in modo non molto felice, piuttosto che stare fermi a guardare lo snodarsi degli accadimenti.
Ma i governi hanno il dovere di guardare in avanti, ossia di programmare l’uscita dalla crisi e la ripresa economica. Presi quasi alla sprovvista, nonostante la crisi fosse stata annunciata da tempo, i governi non sono riusciti a escogitare manovre congiunte a livello internazionale. Così è stata imboccata la strada delle nazionalizzazioni e proprio nel paese, gli Stati Uniti, il più avverso all’intervento pubblico.
Si è iniziato con il settore bancario, che è stato indotto ad abbandonare la banca universale, una volta detta banca mista, lasciando al settore pubblico la cura del credito a medio e a lungo termine, come era accaduto in Italia con la riforma bancaria del 1936, e buttata anni fa nel cestino per seguire la moda del mercato, che lasciato libero a sé stesso è diventato speculativo e ha prodotto il disastro che è sotto gli occhi di tutti.
In modo confuso tutti i paesi hanno riscoperto il primato della politica sull’economia e anche e soprattutto sui banchieri centrali, che da tempo, almeno nell’eurozona, si erano sostituiti ai parlamenti e ai governi.
L’usurpazione fatta dai banchieri centrali
L’esempio più eclatante di questa usurpazione, verso la quale chi scrive è stato sempre contrario, è stato il Trattato di Maastricht e il sistema di banche centrali facente capo alla Banca centrale europea, dichiarata indipendente, dimenticando il disastro della Repubblica di Weimer.
Ma non si scordino poi le infelici esperienze dal 1971 a oggi dei Serpenti monetari europei e delllo Sme (Sistema monetario europeo). Poi i banchieri centrali ci hanno dato l’euro, l’unica moneta al mondo senza stato, che per questo motivo è stata rivestita di prestigio, con danni rilevanti per l’economia dei paesi dell’eurozona.
Come tante volte detto, la politica della Bce è stata deflazionistica e pertanto ha costretto l’economia a muoversi in un angusto sentiero, mentre il resto del mondo correva.
L’alto prezzo dell’euro ha ostacolato le esportazioni dell’eurozona e per contro ha favorito le importazioni dai paesi che altrimenti non sarebbero risultate convenienti. Inoltre, non ha fuso in unico sistema economico le economie dei vari paesi e per quanto concerne la crisi odierna, la Bce e il sistema di banche centrali non hanno vigilato contro la speculazione.
Un giorno la storia si domanderà se i banchieri centrali europei erano intenti, come dicevano i nostri bisnonni, "a passare le acque a Baden-Baden", centro tedesco di cura e di divertimenti fin dall’epoca romana, oppure a lucidare i lingotti d’oro, oppure ancora a passare il tempo al telefono con gli occhiuti commissari europei all’economia.
In altri tempi tutti questi signori, insieme a quelli d’oltre Atlantico, ivi compresi i burocrati del Fondo monetario internazionale, avrebbero dovuto avere il buon senso di dimettersi. Ma sembra che in questa crisi finanziaria ed economica, che come una valanga si precipiterà sui lavoratori e sulle loro famiglie, nessuno senta il dovere di rassegnare le dimissioni.
Nessuno chiede che seguano l’esempio dei magnati che nel 1929 si gettavano dall’alto dei grattacieli sulla strada sottostante, ma tra la gente è diffuso il desiderio di aiutare tanti banchieri, tanti commissari e tanti esperti a fare le valigie, lasciando ad altri il compito di riparare i danni prodotti dalla loro presunzione.
A quanto ammonta la carta straccia
Stime prudenti indicano che la finanza speculativa ha creato carta finanziaria, il cui valore si avvicina ormai allo zero, per un ammontare di almeno 10 volte il pil mondiale, che in PPA, ossia in parità di potere d’acquisto, è stimato per l’anno scorso in circa 66.000 miliardi di dollari. Una semplice moltiplicazione per 10 ci dà appunto la cifra di 660.000 miliardi dollari.
C’è però chi stima che la massa di carta speculativa sia 24 volte il pil mondiale, ossia in 1.600 bilioni di dollari, essendo il bilione il quadrato del milione, secondo la convenzione matematica internazionale. Si tratta di una cifra che scritta per intero e arrotondata è di difficile lettura a prima vista: 1.600.000.000.000.000 $.
Ma ormai, zero più o zero meno, poco importa. Il danno è stato fatto ed è immenso. I risparmi si sono volatilizzati e le imprese hanno perduto quote rilevanti di capitale.
Ora preme combattere la recessione per non cadere nella depressione e nel contempo occorre evitare che gli stati attraverso parlamenti e governi diventino azionisti di imprese decotte e pagate per buone, come sovente è accaduto in Italia e altrove.
Mentre scriviamo, la crisi dell’auto con il suo indotto è giunta a maturazione in tutto il mondo, fin nel Giappone, che nonostante il tasso ufficiale di sconto sia quasi allo zero, l’economia è da mesi in recessione.
Negli Stati Uniti si assiste agli appelli dei colossi di Chicago e di Detroit per non fallire. Fino al 31 dicembre prossimo comanderà l’amministrazione repubblicana e il suo ministro del tesoro non intende sacrificare i fondi a sua disposizione e destinati a salvare dal fallimento altre grosse banche, per darli all’industria automobilistica, come invece chiedono i democratici.
Obama:scelte poco rassicuranti
Il nuovo presidente Barak Obama si potrà trovare al momento del suo insediamento di fronte a scelte, che forse non si sognava nemmeno di dover fare e che condizioneranno la sua politica economica e sociale, imperniata durante la campagna elettorale sulla redistribuzione del reddito a favore degli afro-americani e degli ispano-americani.
In attesa di conoscere il Discorso sullo stato dell’Unione di metà gennaio prossimo, si può intanto dire che i primi nomi della squadra di governo non sono molto rassicuranti. Sono le persone dell’amministrazione Clinton, compreso l’allora vicepresidente Al Gore e la signora Hillary Clinton, peraltro molto più intelligente del marito, e per quanto riguarda l’economia si tratta di uomini che inventarono la new economy, come se la old economy, che ci aveva fatto benestanti e grassi fosse da buttare nel cestino.
Non si dimentichi mai che la new economy si concluse con lo scoppio della gigantesca bolla speculativa di borsa, dalla quale prese l’avvio la speculazione sugli immobili, con tutto quello che ne è seguito fino ad oggi.
Forse non tutti ricordano che nei suoi otto anni di mandato il presidente Clinton illuse gli americani, e poi tutto il mondo, che si potesse prosperare con i guadagni speculativi di borsa. Allora ci fu gente che si giocò in borsa la liquidazione, ed altra che contrasse mutui, e con il ricavato comprò azioni e derivati vari.
La responsabilità dei Paesi avanzati
Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale e anche sotto questo riguardo gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell’economia mondiale. Tutto il mondo è nelle mani di questi paesi, anche la Cina, l’India e la stessa Russia.
Merita rilevare che la popolazione di questi tre paesi è nove volte quella degli Stati Uniti, mentre il loro pil ne è soltanto un quinto.
In particolare, il rapporto tra il pil pro capite degli Usa e quello della Cina si pone come nei valori di 100 a 3 e quello delle rispettive popolazioni sta come 1 a 36.
In economia i divari tra USA e Cina sono ancora abissali, con tutto quello che ne segue per gli aspetti considerati dalla Cia, che fa il suo mestiere. I divari aumentano se si fa riferimento ai paesi del G7, da un lato, e Cina, India e Russia, dall’altro lato.
Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli.
È nell’interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale fondato sul sistema dei cambi valutari fissi.
Un ritorno a Bretton Woods, come si suole dire, per quanto auspicabile sia, non può essere improvvisato, ma richiede oltre alla volontà politica una serie di incontri a livello internazionale per definire le nuove parità monetarie in regime di moneta fiduciaria, essendo impossibile ritornare all’ancoraggio all’oro e le banche centrali farebbero bene a venderlo e con il ricavato ripagare i danni che hanno provocato.
Occorre altresì definire il vincolo del pareggio della bilancia dei pagamenti, includendo anche i movimenti di capitale, che, invece, a Bretton Woods rimasero esclusi. E come allora, il vincolo di bilancia dei pagamenti deve essere elastico, ossia basato sulle tendenze al pareggio delle bilance e non un parametro matematico rigido, come è quello del Trattato di Maastricht sul bilancio pubblico. L’economia non sopporta misure e pesi da farmacista, perché è una scienza sociale, che non può essere retta dalla matematica. In economia quasi sempre due più due fa meno di quattro.
Approfittiamo della crisi per iniziare a rifondare su base politica, coadiuvata dalla tecnica, un nuovo ordine monetario internazionale. Non si dimentichi che dall’abbandono degli Accordi di Bretton Woods nell’agosto del 1971 sono derivati i molti mali odierni, tra cui le ricorrenti crisi petrolifere e quello che è ben più grave l’emarginazione politica ed economica dell’Unione Europea nello scacchiere internazionale.
Angiolo Forzoni
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